domenica 15 marzo 2015

Honeymoon in Japan - Parte 2 - Di arrivi, di uragani e di "sarariman"

Grazie alla mia ansia e alle indicazioni del tour operator ("il vostro volo parte alle 15.15, presentatevi in aeroporto alle 12"), siamo stati credo i primi a fare check-in. Roba che ci hanno dato i posti Economy meglio del mondo, quelli subito prima della Business, quelli che hai un minimo di spazio vitale per le gambe. E su un volo di 12 ore fanno la differenza, credetemi.
Al gate io ero già su di giri perchè avevo visto la prima donna giapponese vestita in abito tradizionale. 
Seduta al mio posto, mi sono girata e mi sono resa conto che gli occidentali sul volo si contavano sulle dita di una mano: c'erano invece un sacco di Giapponesi, tutti diligentissimi, silenziosissimi, tutti coi calzini bianchi e le scarpe già riposte da una parte, coperti e addormentati.
Io meno male che avevo le pasticche rilassanti miracolose che mi hanno fatto dormire per quattro o cinque ore filate nonostante la rinomata scomodità dei sedili.
Il pasto orientale servito da Alitalia era assai più buono di quello italiano - vi ho detto tutto - e io già mi pregustavo i manicaretti che avrei assaggiato a destinazione (e mi duole dirvi che mi sbagliavo).
Alle 10 del giorno dopo, ora locale, dopo un volo tranquillo (a parte che le ore sveglia le ho trascorse a tormentarmi l'anima per aver scordato a casa il cortisone, che non si sa mai), siamo finalmente atterati a Tokyo Narita.

Avevo l'adrenalina alle stelle: ero finalmente dall'altra parte del mondo, non sapevo cosa ci avrei trovato, e mi sarei subito dovuta misurare con me stessa prendendo il mezzo pubblico giusto per arrivare all'hotel prenotato, in piena Tokyo. 
Invece poi mi sono calmata.
All'uscita, in mezzo alle persone che attendevano agli arrivi, ho subito visto una signorina minuta e sorridente che brandiva un cartello col nostro cognome. Impossibile che sullo stesso volo ci fosse un omonimo. E allora che era venuta a fare? 
Con un inglese impeccabile ci ha accolto dicendo che ci avrebbe accompagnati a prendere il Limousine Bus (che non è un autobus con le sembianze di una limousine - magari! - ma è un autobus che dall'aeroporto ti porta ai principali hotel della città, divisi per quartiere). "Dovete andare alla toilette? Dovete cambiare i soldi? Avete sete? Fame? Il vostro autobus parte tra venti minuti, vi accompagno alla pensilina. Ah, e state tranquilli che l'uragano al momento è nella penisola di Hokkaido, che è molto distante da qui".
URAGANO?!!?!?!
"Sì, tutti gli anni in media ce ne sono trentadue in questo periodo, e questo è solo l'ottavo. Ma state tranquilli, è atteso in città per domani notte e a quel punto sarà solamente più una TEMPESTA TROPICALE". Ah beh, se è così allora... Ma luglio non era il periodo adatto per viaggiare in questo Paese?!?!?!?
Per non parlare del caldo. Asfissiante, soffocante, umido, invalidante.
La mitica ha aspettato con noi l'arrivo dell'autobus. Tutti e venti i minuti non si è mai distratta, ci ha sempre intrattenuto chiacchierando di vari argomenti, dandoci le prime nozioni sul Giappone, sfoderando una cartina di Tokyo dove ci ha segnato a penna tutte le cose da vedere, elencandoci pregi e difetti di tutti i mezzi di trasporto utilizzabili in città, dicendoci che sognava, un giorno, di poter venire in Italia. 
Questo fa molto parte dell'essere Giapponese: l'efficienza, la perseveranza, il portare a termine ogni compito, per quanto banale possa essere, con dedizione, quasi fosse una missione. Intrattenere gli Sprovveduti Italiani per venti minuti, metterli sull'autobus, non farsi mancare gli spunti di conversazione anche se si hanno davanti due baccalà intontiti dalle 24 ore totali di viaggio, non far loro mancare nulla. Fatto! Ci ha persino messo le valigie nel bagagliaio dell'autobus, e guai ad aiutarla.

Sull'autobus il mio novello sposo è caduto nel sonno profondo dei bimbi.
Io ci avevo l'ansia&l'adrenalina e quindi ovviamente no.
Innanzitutto ho notato i meravigliosi coprisedili in puro uncinetto. No non scherzo. Non me ne capacitavo. Cioè, i Limousine bus, che sono una compagnia grande, con molti pullman, che effettuano ciascuno milioni di viaggi in una giornata, hanno poggiatesta che sembrano usciti da casa di mia nonna, o, peggio, dai taxi fai-da-te che ho visto in Maghreb?!? Sì, così. Ma non solo li hanno gli autobus. Anche i taxi. E per giunta sono anche candidi, immacolati, puliti. 
E' quel tratto trash che in Giappone emerge in molti contesti, e stride con il minimalismo che contraddistingue gli ambienti tradizionali.
E gli autisti, di taxi e di autobus, hanno tutti cappellino e guanti, schiena dritta, camicia abbottonata fino all'ultimo bottone, come fossero gli chauffeurs di qualche Presidente. Sono meravigliosi.

Dal finestrino dell'autobus, prima l'autostrada con i campi attorno, poi, alla periferia di Tokyo, le fabbriche, poi - meraviglia delle meraviglie - ho intravisto le giostre di Disneyland, poi finalmente la città!
I vari quartieri di Tokyo sono tra loro collegati da un'autostrada che fu costruita in occasione delle Olimpiadi del 1964, che passa proprio nel cuore della metropoli, a ridosso dei grattacieli, tanto che dal finestrino potevo scrutare dentro le loro finestre e spiare i Giapponesi al lavoro... incredibile. Non è il classico cliché da occidentali, almeno negli uffici loro sono davvero tutti identici! Mi sembrava un popolo di formichine operose, mille formichine, milioni di formichine, tutte racchiuse in quei giganti di vetro e cemento. Tutti in camicia bianca, pantaloni scuri, capelli scuri, corti. Non una camicia diversa, non una barba, non un ricciolo sbarazzino. E le donne anche loro in gonna da ufficio, preferibilmente scura, e camicetta bianca. Poche, attraverso quelle finestre, a dire la verità.
Erano proprio i famosi "salaryman" (o, alla giapponese, "sarariman")
Ma presto ho capito che non era una deformazione della mia mente da occidentale anche parecchio assonnata, no, in Giappone c'è un'etichetta molto rigida riguardo all'abbigliamento da tenere in ufficio.
I neolaureati in cerca del primo impiego prima di tutto devono investire un occhio della testa in un completo adatto ad un colloquio di lavoro, comprensivo di scarpe. Ho visto qualche volantino pubblicitario in giro e nonostante a me siano sembrati veramente tutti identici (normali completi da ufficio), mi hanno garantito che le differenze e le caratteristiche distintive sono palesi (?).
La vita lavorativa del sarariman passa prima di tutto dall'aspetto estetico.
Se parlate inglese, sull'argomento, vi consiglio questo post.


Dopo svariati grattacieli con svariati milioni di formichine dentro, siamo finalmente arrivati nel quartiere di Shinjuku, quartiere del business e dell'amministrazione, dove si trovava il nostro albergo e dove bramavamo un bel pisolino.

- Shinjuku -

Presto nuove cronache della Honeymoon... stay tuned!

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